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Triora – La Salem d’Italia

Triora è un piccolo comune di montagna, nella provincia di Imperia. Immersa nella Valle Argentina, è attualmente presente nell’elenco dei “Borghi più belli d’Italia”. All’interno di un’area geografica di grande bellezza naturale, allo stesso tempo è ricca di svariati monumenti di interesse artistico. Tra questi spiccano le rovine dell’antico castello o la Collegiata dell’Assunta, probabilmente tra gli edifici di maggior rilievo. Al giorno d’oggi Triora, è una ridente cittadina ligure. In realtà ha avuto un passato burrascoso. Triora, è ancora ricordata come la “Salem d’Italia“.

Salem è una città americana, nello stato del Massachusset. Nel 1687, divenne famosa, per essere stata teatro della più feroce caccia alle streghe della storia. Un processo che portò all’accusa di stregoneria più di venti donne. Anche il cinema l’ha resa celebre con trasposizioni quali “Hocus Pocus”, “La seduzione del Male” o “Le streghe di Salem”. Prima ancora di Salem, a cavallo del ‘500, nel piccolo borgo di Triora si scatenò un’impietosa caccia alle streghe.

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Immagini dello splendido borgo di Triora, immerso nella natura e nel verde della Valle Argentina

Storia di Triora

Nel 1587, Triora era un importante borgo fortificato. Meta significativa di traffici commerciali, grazie alla sua vicinanza alla Francia. Era una podesteria della Repubblica di Genova. Per il ruolo che rivestiva, era di reparto una guarnigione di soldati della Repubblica.

La città cadde vittima di una grave carestia, dovuta probabilmente ad una cattiva gestione economica da parte dei ricchi e potenti proprietari terrieri. Fu cercato un capro espiatorio. Si sconfinò nell’esoterico. Gli abitanti di Triora iniziarono ad incolpare un nutrito gruppo di donne che la maldicenza popolare riteneva streghe, sospettate di lanciare malefici sul piccolo borgo.

Il governo locale decise di intervenire stanziando una cifra ragguardevole per l’epoca (500 scudi) e imbasti’ una campagna inquisitoria che terminò con un processo. Intervenne l’autorità ecclesiastica e il vicario dell’Inquisizione di Genova e di Albenga. Il processo portò alla tortura e alla definitiva condanna a morte, di almeno 4 donne ritenute colpevoli di stregoneria e di rapporti sessuali col maligno. Venne fatta irruzione in un casolare abbandonato, dove si riteneva avessero luogo i sabba.

5 donne morirono di stenti, una decina vennero scarcerate in un processo successivo. Molte di esse appartenevano a famiglie benestanti. Di molte altre donne, è ignoto il destino. Buona parte di esse furono ritenute causa principale delle continue pestilenze, dell’uccisione di bestiame e addirittura di infanticidio e cannibalismo.

Il caso più noto è quello di Franchetta Borelli, appartenente ad una delle famiglie nobili di Triora. Le cronache del tempo la ricordano come una giovane, bella, ricca di famiglia, e avvezza alla prostituzione. Le vennero mosse accuse feroci di stregoneria e fu arrestata dalle autorità. Venne torturata fin tanto che non confessò le accuse. Solo grazie all’intervento del fratello Quilico Borelli e alla lauta cauzione di mille scudi, le furono concessi gli arresti domiciliari. In precedenza fu inviato dalla repubblica a Genova per indagini, il commissario speciale Giulio Scribani, già Pretore a San Romolo. Scribani non credeva all’innocenza della donna, dando credito alle accuse. Quando Franchetta tentò la fuga, il governo, per ritorsione, stava per incarcerare il fratello, ritenuto complice. Questo la fece desistere e tornare sui suoi passi. Tornò a Triora e affrontò un nuovo processo. Da quel momento cominciò per Franchetta un supplizio, per mano del pretore Scribani, con ore e ore di interrogatorio e nuove torture. Agli annali è rimasta famosa una sua frase “Io stringo i denti e poi diranno che rido”.

Quasi tutta la documentazione dei processi e i verbali degli interrogatori, sono ancora intatti e attualmente conservati presso l’Archivio di Stato di Genova. Le condanne, portarono alla morte sul rogo, diverse fanciulle. Mancano i documenti su quale sia stato l’epilogo del processo di Franchetta. Ricerche successive, hanno portato a ritenere che la sua nobiltà l’abbia in parte salvata. Sappiamo infatti che mori’ diversi anni dopo la data del processo, nel Gennaio del 1595. E’ stata successivamente sepolta in terra consacrata nella chiesa dei SS. Pietro e Marziano.

Triora oggi

Sono passati 500 anni. Ancora oggi il paese è noto per le sue streghe. Il primo processo in Italia. Ha innescato una reazione a catena, che ha avuto ripercussioni in altri borghi italiani.

Un reportage su Triora ha messo in luce le meraviglie di questo piccolo paese. I suoi vicoli, le sue strade. Ha toccato con mano i luoghi resi celebri da questi tristi ricordi.
Partendo da quelli che sono stati considerati i luoghi di ritrovo principali delle streghe. La “Cabotina” una zona povera, d’aspetto lugubre, dove sembra si svolgessero i convegni notturni delle streghe, dove probabilmente davano vita ai sabba infernali, concedendosi al maligno. Probabilmente il luogo più famoso di Triora. E’ altamente probabile che in antichità fosse semplicemente un luogo dove si svolgeva la prostituzione.

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A sinistra la piazza con il monumento a ricordo delle streghe – a destra una targa che indica La Cabotina, quello che è considerato il luogo di ricordo
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scorci di Triora

Fuori dalle mura, il “Lagodégnu” dove è sito un piccolo lago formato dalla cascata del rio Grugnarolo, che s’immette nel torrente Argentina. Altro ritrovo antico delle “bagiue” (cosi’ si definiscono in dialetto ligure le streghe), il “Ciàn der préve” zona erbosa nei pressi del ponte medievale di Mauta, “la fontana di Campomavùe” considerata il loro lavatoio, “il Noce” un albero dalle antiche proprietà terapeutiche.

Voci e presunte leggende degli abitanti di Triora, dicono che le streghe in realtà non sono mai morte. Ancora oggi i loro spiriti regnano sovrani; dicono che Triora sia ancora pregna di queste voci, di questi lamenti e chi vi si reca cerca di annusare l’aria per capire se si percepisce qualcosa. Tante suggestioni; Triora allo stato attuale attira solo turisti.

Ma se vogliamo trovare qualcosa di leggendario, un mistero dal significato esoterico, sappiamo che Triora, deriva dal latino “Tria Ora”, tre bocche, come quelle di Cerbero, il dantesco guardiano infernale.

La Tomba S64

“LeggendeUrbane” si occupa di una delle scoperte archeologiche più singolari, avvenute in Italia negli ultimi anni.  Gli scavi si trovano nei pressi dello splendido golfo di Baratti, una zona di mare in provincia di Livorno, vicino alla frazione di Populonia.  Qui intorno al VI° secolo d.C. è stato vescovo della diocesi, Cerbone di Populonia, personalità importante, diventato in seguito martire e santificato dalla chiesa cattolica.

San Cerbone, odiato dagli antichi popoli barbari dei Goti e dei Longobardi, fu costretto a scappare, trovando rifugiò sull’isola d’Elba. In punto di morte chiese di essere seppellito sul golfo, dove aveva negli anni esercitato la sua carica.  Nel punto dove venne seppellito è stata successivamente eretta una piccola cappella (Cappella di San Cerbone), tuttora presente.

Nel 2008, la sopraintendenza di Livorno in collaborazione con le facoltà di Archeologia e Antropologia dell’Università dell’Aquila, intraprese una campagna di scavi nei terreni vicino la cappella, alla ricerca della tomba e delle spoglie del santo.
Qui l’equipe di archeologi s’imbattè in una sorpresa.

Scavando in un punto del terreno vicino alla chiesa, si sono imbattuti casualmente in un cimitero di epoca mediovale. Nel cimitero erano presenti molte sepolture; una di queste sepolture appariva anomala. All’interno della tomba contrassegnata con il codice “S64” gli archeologi rinvennero il corpo di una donna con 5 chiodi all’interno della bocca, di cui tre ricurvi, posti intenzionalmente post-mortem.  L’insolito ritrovamento sollevò l’interesse degli studiosi.

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particolare della bocca del corpo della donna ritrovato nella Tomba S64.
Si vede in modo evidente uno dei chiodi ricurvi inseriti nel cavo orale.

Analisi del ritrovamento

Da un’analisi successiva fu stabilito che:

  • il corpo era di una Donna. Alta più o meno 160 cm, di età compresa tra i 45 e i 55 anni (alcuni organi di informazione riportano un’età compresa tra i 20 e i 30);
  • lo scheletro risale al tardo medioevo, intorno al 1300;
  • i chiodi in bocca sono stati inseriti intenzionalmente.  Non sono stati conficcati. Non è stato fatto quindi, uso della forza.  Due interni al cavo orale, tre in bocca ricurvi.

Sulla donna erano inoltre presenti altri chiodi; una decina sparsi nel resto del corpo. Questa volta conficcati con la forza, probabilmente facendo uso di un martello.  In dettaglio:

  • un chiodo conficcato tra la clavicola e la scapola destra; sembra inserito post-mortem con l’intento di recidere la vena giugulare;
  • un chiodo tra la quarta e la quinta costola, più o meno in corrispondenza del cuore. Dal solo scheletro, non è possibile sapere se il cuore è stato toccato;
  • due chiodi posti tra i femori;
  • un chiodo esterno alla gamba sinistra;
  • quattro chiodi conficcati nei piedi.

Secondo lo schema successivo (vedi figura sotto)

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sulla destra la mappa della disposizione dei chiodi

Non è possibile sapere se i chiodi sono stati conficcati prima o dopo la morte della donna. Quindi non si riesce a stabilire se sono stati la causa del decesso.   Il perchè di quei chiodi è apparso comunque subito lampante. Si voleva tenere il corpo della donna inchiodato al terreno. Chi ha sepolto quella donna aveva la paura che potesse tornare in vita.

Teorie

Il team di archeologi elaborò varie teorie.
La donna non era stata seppellita all’interno di una bara. La fossa era nella norma per quelle che erano le sepolture dell’epoca; piuttosto fonda e stretta. Il corpo poggiato in modo classico, di schiena, con il viso rivolto al cielo. Lo scheletro è arrivato a noi ben conservato. Mancante solo di qualche frammento del cranio, ritrovato comunque successivamente con scavi più profondi. La testa poggiava su una specie di avvallamento. Presumibilmente fatto di proposito. In netto contrasto con il resto della sepoltura.

Quasi certamente la donna era una figura importante, conosciuta. Sicuramente era temuta. Il rito a cui è stata sottoposta infatti aveva l’intento di bloccare il corpo al terreno. I chiodi in gola, ad impedire alla bocca di pronunciare frasi o formule magiche.

Probabilmente questa donna era ritenuta una strega.
La “Strega di Baratti“, come il soprannome che i giornali gli hanno attribuito dal suo ritrovamento (“Il Tirreno”, articolo del 22 Settembre 2011 a firma Cecilia Cecchi, http://iltirreno.gelocal.it/piombino/cronaca/2011/09/22/news/tomba-di-una-strega-torna-alla-luce-vicino-a-san-cerbone-1.2700619).

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La Tomba S64 della “Strega di Baratti” vista dall’alto.
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immagini dell’area di scavi nei pressi della cappella di San Cerbone. Si intravedono le rive del Golfo di Baratti

Secondo la studiosa Maria Giovanna Belcastro, nel suo “Sepolture anomale. Indagini archeologiche e antropologiche dall’epoca classica al Medioevo in Emilia Romagna” (edito e stampato a Castelfranco Emilia, 19 dicembre 2009),  resoconto su quelli che sono stati gli usi funerari del passato in Italia, la sepoltura della presunta “Strega di Baratti” rientra a pieno titolo nelle sepolture anomale.
Come ha dichiarato la Belcastro, essa è

frutto di azioni volontarie, compiute sul cadavere o sulla tomba prima o dopo la sepoltura, che si differenziano drasticamente dalle pratiche funerarie adottate normalmente e possono spaziare dall’inserimento di oggetti inusuali nel corredo a pratiche di immobilizzazione e costrizione del cadavere nella tomba, fino a lesioni fisiche del defunto

Domande e Spiegazioni

– Chi era quella donna ?
– Era davvero una strega ?
“LeggendeUrbane” ha fatto una ricerca. Di seguito i risultati.

Secondo l’archeologo Alfonso Forgione, le ricerche effettuate dal team hanno permesso di capire che la donna era in buona salute. Probabilmente era di famiglia ricca. Dalle ossa, consumate in più punti, è possibile ricavare informazioni sull’attività lavorativa. La persona in questione era un’artigiana, forse una filatrice.  Viene confermato quanto scritto dalla Belcastro: la sepoltura è anomala.
Intervistato, l’archeologo risponde nel seguente modo:  “Una sepoltura decisamente anomala. Possiamo ipotizzare – continua Forgione – un rito non beneagurante.  Ecco, nel suo caso si può parlare di revenant [“colui che ritorna”, “fantasma” in francese] (“LeggendeUrbane” in futuro dedicherà ampio spazio ai Revenant e al fenomeno del Revenantismo).   Pur senza certezze – sottolinea – possiamo affermare che si trattò di un rito, una sorta di esorcismo, una maledizione, un tentativo nato dalla volontà di impedire alla donna di pronunciare sortilegi e di tornare in vita“.

Studi antropologici confermano che in tempi remoti, i morti che ritornano, sono un tema presente spesso nel mito e nella cultura di popoli antichi. Sono state rinvenute parecchie traccie di rituali per impedire al defunto di tornare in vita.
Come scrive la Belcastro nel suo libro, sepolture che riportano corpi legati o decapitati, pietre poste ad appesantire, paletti in legno (anche la letteratura con i suoi vampiri più famosi, parla di famosi paletti in frassino), pietre in bocca e amuleti, erano molto comuni.
In alcuni testi, Sant’Agostino (354-430 d.c) conferma e descrive la presenza di queste pratiche, condannando come superstizione l’idea che il morto possa riapparire con il suo corpo.  Anche Georges Duby nel suo “Il potere delle donne nel Medioevo” (datato 2001, edito da Laterza e tradotto da Vito Marogna) descrive come in alcune zone della Gallia nel X° sec. fosse consuetudine inchiodare al suolo con paletti,  i corpi delle donne morte di parto, dei bambini nati morti o non battezzati, “perché non procurassero grave pericolo”.

Va comunque sottolineato un aspetto.
La Belcastro e Forgione, intervistati sull’argomento, convergono alle stesse opinioni, ma se questa donna incuteva paura al punto da essere tacciata di stregoneria, perchè la sepoltura è avvenuta su terreno consacrato ?  Essere accusati di stregoneria, significava essere in rapporti con il maligno.

Teorie alternative

Una seconda teoria, nega del tutto l’ipotesi di una Strega.
Riti e pratiche magiche, in generale stregoni e streghe varie, sono figure che risalgono fin dall’antichità. Traccie dei primi processi per stregoneria, sono intorno alla prima metà del Trecento. Ma la storiografia, dice chiaramente che le persecuzioni verso persone ritenute streghe (in generale verso persone ritenute in rapporti stretti con il demonio) hanno avuto inizio dopo che papa Innocenzo VIII° promulgò la bolla papale “Summis desiderantes affectibus” nel 1484 e dopo la successiva pubblicazione, tra il 1486 e 1487, da parte dell’inquisitore Heinrich Institor Kramer, del trattato “Malleus Maleficarum” (Il martello delle streghe).  Solo nei decenni successivi alla diffusione di questi due documenti,  l’esistenza delle streghe, i poteri e i loro rapporti con il diavolo, divennero una convinzione radicata (con differenze più o meno marcate a seconda dell’area geografica).

La presunta “Strega di Baratti”, risale intorno al 1300, molto antecedente quindi alle superstizioni.  Il fatto di essere stata sepolta in terreno consacrato inoltre lascia intendere che non si aveva a che fare con pratiche di stregoneria e la spiegazione dei chiodi è dovuta ad altri motivi.

Intervistati sull’argomento ecco due estratti. Il primo di Andrea Camilli, membro della Sovrintendenza Archeologica della Toscana. Il secondo della professoressa Paola Villani (del Politecnico di Milano, coautrice del saggio “Settemila anni di strade”).

Andrea Camilli

Accanto al suo scheletro c’era un altro scheletro di una donna con accanto un sacchetto con diciassette dadi da gioco.   A quel tempo il gioco dei dadi era vietato e proibitissimo per le donne.  Non è escluso che ci si trovi di fronte a una meretrice punita con disprezzo anche nel momento della sepoltura con il simbolo più basso della moralità, il gioco dei dadi, appunto

La professoressa Paola Villani (citando un antico testo sacro in latino) dichiara al Corriere della Sera

Chiodi in bocca in latino si dice “clavis oris” e sono citati in questa frase tratta da alcuni testi medievali  “Et sicut in sexto (remedio) clavis oris ponitur in arca cordis, in septimo vero ponitur in manu Dei. Sic in octavo ista ponitur in manu praelati”.
Che tradotto in italiano significa “e così per il sesto Comandamento (non commettere adulterio) porrai dei chiodi nella bocca affinché raggiungano lo scrigno del cuore, per il settimo comandamento (non rubare) porrai invece tutto nella mano di Dio.  Così per l’ottavo Comandamento (non dire falsa testimonianza) porrai tutto nelle mani di coloro che si sono manifestati

Quindi con ogni probabilità la donna è un’adultera. Seppelita accanto a una prostituta.
I chiodi pertanto, sono una sorta di espiazione.

Per concludere

Un’ultima teoria sull’argomento, “LeggendeUrbane” l’ha ricavata, iscrivendosi ad un gruppo Facebook denominato “Giù le mani da Baratti”.  Nata dal semplice passaparola, racconta di una maledizione legata alla Strega di Baratti.  Si mormora infatti che questa donna fosse vissuta nel tardo medioevo. Era temuta dalla popolazione perchè posseduta dal demonio e atroci sofferenze hanno colpito coloro che in passato hanno avuto a che fare con la sua morte (un uomo mentre tirava l’acqua da un pozzo vi cadde dentro morendo affogato, il prete fu trovato impiccato sotto il crocifisso, un’altro uomo mentre riposava all’ombra di un carro durante il caldo d’Agosto, si ruppe l’osso del collo a causa della rottura del carro stesso).
Non esistono fonti scritte, semplice passaparola, misto a superstizione.  Al momento comunque gli scavi sono stato coperti e la loro vista assolutamente vietata al pubblico.

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a sinistra una rappresentazione del Santo Cerbone – a destra la piccola chiesetta di San Cerbone. Sullo sfondo si vede lo splendido Golfo di Baratti