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La Storia di Tarrare – l’uomo che mangiava animali vivi

Tarrare (talvolta citato semplicemente “Tarare”), è stato un artista di strada e militare francese, diventato famoso per le sue bizzarre abitudini alimentari. Nato a Lione intorno al 1770, fin da piccolo dimostrò un appetito fuori dal comune. Fu talmente vorace e dall’istinto perennemente affamato, da squartare senza problemi, animali vivi di media taglia per cibarsene. La sua bislacca storia è stata ben documentata, ed è arrivata a noi da fonti attendibili.

Infanzia e Adolescenza

Non sono molte le informazioni circa i primi anni di vita (lo stesso nome, “Tarrare”, trattasi probabilmente di un nomignolo), si sa solo che la famiglia, compresa fin da subito la strana natura del fanciullo, lo cacciò molto presto di casa. Si ritrovò pertanto giovanissimo, a vagabondare per la Francia.

Inizialmente campò facendo il mendicante, in seguito si uni’ ad un gruppo di artisti di strada sfruttando “le sue doti” come fenomeno da baraccone. Il suo numero consisteva nel mangiare qualsiasi cosa gli fosse proposta. Inghiottiva senza problemi sia frutti interi sia piccole pietre, arrivando ai primi animali vivi. Divenne molto noto per riuscire a mettere in bocca piccoli serpenti, divorandoli interi.

Arrivò ad “esibirsi” nelle piazze di Parigi, ma fu ben presto vittima di lancinanti dolori intestinali, spesso occlusioni, che lo costrinsero ad interrompere le sue performance. Fu ricoverato una prima volta presso l’ospedale Hotel-Dieu (il più antico ospedale parigino) dove medici e infermieri furono per la prima volta testimoni della sua particolare “caratteristica”. Al Hotel-Dieu fu curato con potenti lassativi e fu li’ che ebbe un breve periodo di stabilità.
Ma non perse la sua strana natura.

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Raffigurazione di Tarrare

Tarrare militare

In quel periodo in Francia scoppiò la rivoluzione francese. Parigi era teatro di scontri e violenze. Un pò per sicurezza, un pò per provvedere a se stesso, Tarrare entrò a far parte dell’esercito francese, arruolandosi nell’Armée Révolutionnaire Française (la fanteria della Repubblica). Naturalmente anche l’esercito si rese ben presto conto della natura singolare del personaggio in questione.

Le razioni date alle milizie francesi si rivelarono insufficienti per soddisfare il suo appetito e Tarrare si trovò disposto ad accollarsi sgradevoli compiti pur di ottenere ulteriori razioni di cibo. Ma subi’ un lento declino fisico al punto da dover essere trasferito all’ospedale militare di Soultz-Haut-Rhin (ospedale attivo durante la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 in Francia). Medici e sanitari rimasero scioccati nel constatare l’appetito sproporzionato di Tarrare. Arrivarono a quadruplicargli le razioni ma non riuscirono in nessun modo a far diminuire la sua fame. Iniziò anzi a pasteggiare con gli avanzi degli altri pazienti, a frugare nei rifiuti, a cibarsi di avanzi di farmacia.

Fu in quel periodo che il dott. Courville e il dott. Didier (chirurghi del 9° régiment de hussards) assieme al barone Pierre-Francois Percy, membro del personale medico, decisero di sperimentare e verificare fino a che punto poteva arrivare l’appetito spropositato di Tarrare, rendendolo oggetto di studio. In un primo esperimento, imbandirono una mensa per 15 commensali chiedendo a Tarrare di arrivare a mangiare fin dove arrivava; con sopresa Tarrare non solo dimostrò di divorare tutto nel giro di poche ore, ma, non sazio, concluse ingurgitando oltre 18 litri di latte. In un secondo esperimento (da qui la leggenda di Tarrare come da titolo del post), gli fu offerto un gatto vivo. Tarrare ammazzò e dilaniò l’animale in poco tempo con i denti, bevendone il sangue e inghiottendolo per intero apparentemente senza sforzo, scartando le ossa e vomitandone successivamente la pelliccia e la pelle.

Gli vennero dati in pasto altri animali vivi. Tarrare divorò senza sforzo prima serpenti e lucertole, poi una intera anguilla che ammazzò schiacciandone la testa e inghiottendola per intero senza neppure masticarla.

Percy, incredulo, all’interno di un’ampia sezione dell’opera medica “Journal de medecine, chirurgie, pharmacie, Volume 9” (parte integrante di un trattato dal titolo “Mémoire sur la polyphagie“, edito nel 1805, di cui se ne può scaricare una versione originale all’indirizzo qui riportato) scrisse di lui “I cani e i gatti fuggivano in preda al terrore al suo cospetto, come se potessero presagire la sorta di destino che egli stava loro per riservare”.

Ciò che lasciava basiti era il suo aspetto fisico. Tarrare appariva come una persona normale. Magro, di altezza e peso nella media, biondo di capelli, dalla capigliatura liscia e molto fine. Solo bocca e guancie molto più ampie del normale tanto da essere in grado di infilarsi in bocca una certa quantità di mele intere. Aveva i denti perennemente macchiati, la pelle sempre calda e un’intensa sudorazione. Una delle poche anomalie era quella di emanare di continuo uno sgradevole odore. Dopo che si riempiva di cibo cadeva spesso in un sonno profondo, nel quale il suo addome si gonfiava a dismisura; l’odore malsano andava aumentando. A parte violenti attacchi di diarrea e blocchi intestinali, la sua natura sembra non procurargli mai particolari problemi fisici. I medici dovettero inoltre constatare che Tarrare non mostrava sintomi di malattie o turbe mentali; era solo spesso vittima di spossatezza. Manifestava una pesante apatia e spesso si lasciava andare abbandonato a se stesso, sopraffatto da stanchezza. Il quadro psicologico, non sembra recasse particolari motivi tali da spiegarne l’insolito comportamento.

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Alcune raffigurazioni che sono state date di Tarrare.

Uso di Tarrare da parte dell’Esercito Francese

Quello che avvenne successivamente fu presto detto.
Tarrare era pur sempre al servizio dell’esercito francese, che pensò bene di sfruttarne le “capacità” per scopi bellici. Sotto le direttive del generale francese Alessandro di Beauharnais, iniziò una sorta di “attività di corriere”. In pratica gli veniva fatta ingoiare una scatola contenente importanti documenti e veniva spedito oltre le linee nemiche con l’ordine di raggiungere altri comandi dislocati in altre aree. Una volta arrivato, la scatola e i documenti contenuti, venivano raccolti dalle sue feci. Spesso si trattava di importanti direttive da consegnare ai comandanti di altre guarnigioni. Una volta portata a termine la missione, Tarrare riceveva come premio ampie razioni di cibo in cambio dei servizi resi (si racconta di un intero tavolo riempito con interiora di toro che Tarrare divorò in pochi attimi davanti ad un’assemblea di generali).
Sfortunatamente però, in una delle sue missioni Tarrare fu catturato dai Prussiani e incriminato come spia. Venne torturato e tenuto agli arresti fin quando non cedette, rivelando la sua natura e il suo stato di servizio. Anche i prussiani di fronte al personaggio in questione rimasero basiti; Tarrare subi’ una finta esecuzione di morte per puro scherno e fu rimandato indietro ai francesi.

L’esperienza marchiò profondamente la psiche già molto labile di Tarrare. Chiese espressamente di essere curato e venne nuovamente ricoverato; vennero sperimentate su di lui nuove forme di terapia a base di laudano o pillole di tabacco ma senza risultati. L’appetito di Tarrare continuava ad essere vorace e famelico, tanto da scappare spesso dalla clinica per cibarsi di rifiuti o avanzi che contendeva ai cani randagi. Arrivò addirittura, in preda ad attacchi feroci di fame, a cibarsi dei cadaveri della camera mortuaria. Quando dopo qualche tempo, ci fu la sparizione di un bambino di 14 mesi, il team del dott. Courville e Percy non riuscirono a difendere Tarrare dalle accuse di cannibalismo, che venne cosi’ espulso dall’ospedale.

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Una delle peggiori riproduzioni che fu fatta di Tarrare; quella che lo vede accusato della sparizione di un neonato, con conseguente cannibalismo .

Resoconti scritti su Tarrare

Come detto, Tarrare divenne ben presto oggetto di studio per la scienza del tempo e ne viene fatta menzione in svariati trattati di medicina. Citiamo “Anomalies and Curiosities of Medicine” dei clinici George M. Gould e Walter Lytle Pyle, trattato scaricabile in formato e-book, all’interno dell’archivio on-line del progetto Gutemberg – http://www.gutenberg.org/.
Rimangono tuttora sconosciute le cause. Si presuppone che l’uomo possa aver sofferto di ipertiroidismo, un raro disturbo del sistema endocrino che comporta estremo appetito, sudorazione e intolleranza al caldo. Jan Bondeson, reumatogo svedese, nel suo “Freaks: The Pig-Faced Lady of Manchester Square & Other Medical Marvels” del 2006, ritiene che Tarrare abbia avuto un danneggiamento all’amigdala, una parte del cervello che porta all’iperfagia.

Fine di Tarrare

Le ultime informazioni su Tarrare sono state raccolte ancora dal barone Percy. Durante l’ennesimo ricovero, stavolta presso l’ospedale di Versaille, chiese con forza di essere assistito dal medico che già conosceva la sua condizione. Quando Percy si recò al capezzale, trovò un Tarrare ormai estremamente deperito; non potè far altro che diagnosticargli una grave forma di tubercolosi, che assieme a violenti attacchi di diarrea essudativa, lo portò alla morte nel giro di poche settimane. Il dott. Tessier, patologo di Versaille si occupò di farne l’autopsia sul cadavere. Scoprirono che Tarrare aveva uno stomaco e un fegato di grandezza inusuale ma non furono riscontrate molte altre differenze rispetto ad una persona normale. Alla fine di Tarrare, rimane pertanto, lo strano quadro clinico e la sua triste storia.

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La copertina de “Journal de medecine, chirurgie, pharmacie” del barone Pierre-Francois Percy, dove è riportata una delle descrizioni più approfondite, della figura di Tarrare.

Il Ferro di Cavallo

Un Ferro di Cavallo è un oggetto in ferro battuto o in laminato, dalla forma a “U” curva. Viene inchiodato sotto lo zoccolo di un cavallo e permette all’animale di camminare senza problemi su ogni tipo di terreno. Ne fanno uso pure altre razze equine come asini o muli.  Applicato da un maniscalco mediante un processo di ferratura, si presume sia stato inventato nel medioevo per permettere ai cavalli di limitare con il loro passo, il naturale consumo dello zoccolo. Altre fonti ne riportano l’uso al tempo dei Romani, ma sembra in realtà fosse ben conosciuto anche nell’antico Egitto.

Nella Credenza Popolare, il Ferro di Cavallo è riconosciuto, come uno dei principali e più potenti talismani.

Tradizionalmente, chi era in cerca di fortuna, appendeva il ferro di cavallo alla propria porta d’ingresso.  Era necessario trovarlo per caso e nessuna garanzia è data verso chi lo ruba. Bisognava fissarlo rivolgendo le due estremità verso l’alto, anche se su questo punto esistono voci contrastanti. Molti sostengono che le due estremità debbano essere rivolte verso il basso, pena altrimenti la sfortuna.

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Ferro di Cavallo

Origine del Mito

Molti Miti e Leggende, vedono nel Ferro di Cavallo, un oggetto catalizzatore della buona sorte. Fonti storiche riportano informazioni sul fatto che gli Egizi siano stati il primo popolo a conferirgli un’aurea magica, questo a causa della forma a “U”, in parte simile ad alcune raffigurazioni della dea Iside.  Altre testimonianze, attribuiscono la paternità agli antichi Arabi, principalmente dovuta alla somiglianza con la mezzaluna islamica. La convinzione più radicata comunque, è da ricondurre ai rapporti che potevano nascere in passato tra cavalieri e contadini.

Sovente capitava che qualche cavaliere, in groppa al suo destriero, perdesse un ferro di cavallo, all’epoca oggetto molto comune quanto prezioso. Raccolto dai contadini, permetteva la restituzione in cambio di qualche moneta, oppure la possibilità di rivenderlo, con la garanzia di un facile guadagno.  Ciò ha alimentato la credenza che, trovare un ferro di cavallo porti fortuna. Chi lo trova, può trarre ottimi auspici.  Porta fortuna anche se ricevuto in regalo, provvisto di chiodi, meglio se dispari.

Il Ferro di Cavallo come propiziatore di energia positiva trae origine anche da credenze religiose. Nel Cristianesimo è stato visto come oggetto in grado di scacciare le forze maligne. Il perchè di tale superstizione va ricercato probabilmente nell’antica Leggenda del santo inglese Dustano.  La figura di Saint Dunstan, un fabbro che nel 959 d.C. diventò arcivescovo di Canterbury, che riusci’ con l’inganno ad impedire al diavolo di compiere gesti malvagi, inchiodandogli un ferro di cavallo allo zoccolo. Il diavolo fu liberato solo dopo la promessa di non tornare mai più in quei luoghi. Il ferro di cavallo sulla porta era da ammonimento.

Diverse leggende vedono nel culto del Ferro di Cavallo, un’immagine da riportare alla natura della Donna.  Nella sua forma tonda e accogliente infatti, veniva visto il ventre di una femmina. Questo poteva trarre in inganno il maligno.  In alcune credenze quindi il ferro di cavallo era simbolo di tentazioni sessuali.

Anche in Araldica, il ferro di cavallo è un simbolo tipico di molti stemmi.  Nell’araldica civile della Bielorussia ad esempio, l’immagine ritorna in almeno 4 stemmi.

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a Sinistra, una delle raffigurazioni della dea Iside; a Destra, la Mezzaluna Islamica – due delle possibili fonti da cui è stata attinta l’aurea magica del Ferro di Cavallo
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due tipici esempi di stemmi dell’araldica civica della Bielorussia. Il ferro di cavallo può simboleggiare fortuna, ma anche la volontà di seguire le gloriose imprese dei propri avi.

Il Ferro di Cavallo nella cultura popolare

Il Ferro di Cavallo è effettivamente riconosciuto come talismano (alla pari del corno, del quadrifoglio, di altri piccoli oggetti che saranno in futuro argomento di questo Blog di Leggende Urbane) tanto da essere ben impresso su alcuni tagliandi del Gratta e Vinci, il famoso gioco d’azzardo di lotteria istantanea.

“LeggendeUrbane” naturalmente è andata ad indagare, ma non ha trovato riscontro con casi reali. Ha raccolto solo voci del popolo. Non ci sono prove; quella del ferro di cavallo è al momento ancora solo una superstizione.  Aneddoti che raccontano di una mamma, che aveva appeso un ferro di cavallo alla parete di casa, con le punte rivolte verso il basso. A quanto racconta, in quel periodo le cose non andavano molto bene alla sua famiglia. Un giorno il ferro si allentò e cadde per terra. Casualmente passò il figlio che lo raccolse, prese un martello e senza pensarci troppo attaccò di nuovo il ferro al muro, stavolta con le punte verso l’alto. Sembra che per la famiglia della donna, le cose cominciarono a prendere un’altra piega; le ristrettezze economiche cessarono grazie ad un buon lavoro trovato di li’ a poco.

Altro caso raccolto da un forum (un forum di appassionati di equitazione) è quello di una giovane che una ventina di anni fa, trovò in una piccola strada di accesso ad una casa, un ferro di cavallo, vicino al cancelletto. Lo raccolse e lo portò con se.  A casa raccontò del ritrovamento al nonno che intui’,  secondo le tradizioni popolari di cui era a conoscenza, qualche strano segno del destino.  Pochi mesi dopo la donna si fidanzò con un giovanotto del paese. Il ragazzo era il figlio dei proprietari della casa dove all’ingresso aveva trovato il ferro di cavallo.  I due sono felicemente sposati da vent’anni.

 

Il Tarantismo

L’argomento del post è bizzarro. Parla di un fenomeno passato, presente in alcune regioni bagnate dal Mediterraneo. In Italia comparve principalmente in Puglia e Salento: il fenomeno del Tarantismo.

Con il termine “Tarantismo” (detto anche “Tarantolismo”), viene identificata una nevrosi, un malessere, una turba mentale che andava a colpire improvvisamente una persona. Caratterizzato da un vera e propria forma di isteria, ad occhi esterni appariva all’incirca come una crisi epilettica.

Causa principale pare fosse il morso di alcune specie di ragni come la Tarantola o la Malmignatta, il cui veleno dava vita a veri e propri spasmi. Ne cadevano preda soprattutto contadini, braccianti agricoli, in generale, gente a diretto contatto con la terra.
Quando una persona ne veniva colpita, erano fatti accorrere un gruppo di musicisti. A quel punto il “malato”, veniva stretto in mezzo ad una cerchia di gente (in genere popolani vari che accorrevano numerosi), mentre i musicisti interpretavano una serie di melodie ritenute terapeutiche. Il risultato era quello di un vero e proprio rituale.

Tarantismo e Tradizione Popolare

In sostanza, la tradizione popolare riteneva la persona malata, vittima di un male oscuro. I musicanti erano in grado di guarirlo. La musica, quale strumento atto a purificarne il corpo attraverso un concerto della durata di ore, spesso giorni, cercando la giusta combinazione di vibrazioni e note gradite. Gli strumenti erano quelli tipici della tradizione popolare: la pizzica, il tamburello ma anche violino, armonica o chitarra. I musici suonavano ininterrottamente, cercando tra le dodici possibili quella ritenuta la sonata giusta.

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Il Rito del Tarantismo – Immagini di repertorio – musicanti intenti nella ricerca della sonata giusta per “guarire l’ammalato”
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Il Rito del Tarantismo – Immagini di repertorio – cerchia di gente accorsa ad incitare, intorno al “malato”

Leggenda racconta che, una volta trovata la melodia gradita, il “malato” iniziava a muovere le gambe in modo frenetico, in uno stato di trance, a strisciare sulla schiena, a correre in preda a deliri, questo fintanto che l’anima del ragno non si consumava fino a morire. La persona “tarantolata” (da qui il termine) successivamente, in uno stato di follia, a tratti bizzosa, cominciava a correre in cerchio, crollando infine a terra stremata; il gesto tipico sembra fosse quello di schiacciare la terra, come a voler schiacciare un ragno.

Il fenomeno ha avuto larga diffusione nell’Italia del Sud, soprattutto nella regione del Salento. Alcuni studi ne fanno risalire l’origine addirittura all’alto medioevo, ma il picco è stato raggiunto intorno la metà del novecento (anni ’50 e ’60), scemando negli anni settanta.

Se ne parla spesso in modo contraddittorio; chi afferma con certezza che le vittime erano in preda a malesseri, chi ne sottolinea principalmente la sua natura di semplice rito. Spesso le vittime erano giovani donne. Una volta morse, era necessario purificarne l’anima, sottoponendosi a quello che ha tutta l’aria di essere stato un vero e proprio esorcismo a carattere musicale, simile ai riti tribali tipici delle tribù africane. Musicisti al posto di sciamani.

Tarantismo e Aspetti Leggendari

Uno degli studiosi che se ne è maggiormente occupato è l’antropologo e scrittore Ernesto de Martino, che nel 1959 ne approfondi’ le conoscenze, scrivendo successivamente un libro a riguardo (“La Terra del Rimorso” edito da “Il Saggiatore”). Il quadro che ne venne fuori fu quello di un rituale, dove molti dubbi destavano i malesseri e le crisi delle persone. Come racconta De Martino nel suo saggio, spesso il malessere era da ricondurre ad un tentativo di attirare l’attenzione.

Tra le più disparate versioni, si sostiene che dietro il tarantismo ci fosse in realtà il bisogno di una donna di essere al centro di attenzioni (in genere del marito, normalmente degli uomini). In pratica, il morso della “taranta”, il più delle volte metteva in luce casi di vicende personali, crisi e frustazioni, contrasti e conflitti familiari.

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a sinistra, la copertina del saggio di Ernesto de Martino “La Terra del Rimorso” – a destra, una donna nel mezzo di una crisi isterica, in preda a deliri e un musicista che cerca di “purificarla”

 

Dubbi anche sulla vera essenza del Tarantismo. Secondo De Martino, si trattava probabilmente di un fenomeno psicologico e sociale, forse di carattere religioso. In passato la chiesa lo ha considerato un rito pagano, cui volle porre fine, avvicinandolo all’immagine di un rito cristiano che coinvolgeva la figura di San Paolo. Una volta terminato il rito, la persona veniva poi condotta nella chiesa del santo a Galatina, per la definitiva purificazione mediante acqua santa.

Da un punto di vista clinico, c’è chi afferma che le crisi erano vere; ricopriva in tal senso enorme importanza il tipo di legno con cui veniva costruita la cassa del tamburo.

Per quanto se ne sa, ad oggi il Tarantismo è sparito. Rimangono solo espressioni scherzose o di rimprovero, “Ti ha morso la tarantola?” rivolte a bimbi vivaci o irrequieti.

di seguito alcune video-testimonianze del fenomeno:

Video di repertorio

Analisi sul Tarantismo a cura di Diego Carpitella
(il video acquista grande interesse dal minuto 2:56)

Reportage (testimonianza del rito dal minuto 3:59)

Palcheventi: rubrica culturale curata da Maria Ricca.