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Il Mito di Medusa

Medusa è un personaggio della mitologia greca.
Probabilmente, tra i più affascinanti.

Con le sorelle Steno (la forte) e Euriale (colei che salta lontano),  era una delle tre Gorgoni, figlie delle divinità marine Forco e Ceto,  l’unica a non essere immortale.
Delle numerose varianti del mito, alcune ritraggono le Gorgoni come esseri orrendi, dalla larga bocca e zanne di cinghiale (in Esiodo, nel suo “Teogonia” o nei testi del drammaturgo Eschilo). Nella variante di Ovidio, sono tre bellissime donne, tanto belle da far perdere la testa a Poseidone, dio del mare. Atena, invidiosa, trasformò Medusa nel mostro che tutti conosciamo; l’orrenda creatura dalla testa piena di serpenti e dal potere di pietrificare con lo sguardo.

Secondo il mito, fu uccisa dall’eroe greco Perseo, in missione per conto di Polidette, re di Serifo (l’attuale Serfanto, isola greca del Mar Egeo, nell’arcipelago delle Cicladi), che intendeva cosi’ liberarsi di lui per poterne concupire la bellissima madre Danae.
Atena naturalmente aiutò Perseo nell’impresa, indicandogli il nascondiglio delle Gorgoni. Perseo si avvicinò mentre erano nel sonno e guardandone il riflesso nel proprio scudo per non rimanere pietrificato, riusci’ a tagliarle la testa.

Dalla testa decapitata di Medusa nacque il cavallo alato Pegaso e dal suo sangue caduto nel mare, nacque il corallo.
Perseo portò la testa di Medusa con sé; non aveva perso il potere di pietrificare e la usò come arma contro i suoi nemici, tra cui lo stesso Polidette.

Per secoli il mito di Medusa è stato un’icona nella storia dell’arte. In tanti l’hanno rappresentata.
Caravaggio con il suo “Scudo con testa di Medusa”, conservato presso la Galleria degli Uffizi, a Benvenuto Cellini, che con la sua opera in bronzo, ne ha realizzato l’immagine più famosa e conosciuta; la statua di Perseo che mostra fiero la testa di Medusa, sotto la Loggia dei Lanzi di Firenze.
Poi ancora Lorenzo Bernini, Rubens (il meraviglioso dipinto “La Medusa”, conservato al Kunsthistorisches di Vienna) al neoclassicismo di Antonio Canova (“Perseo Trionfante”, statua in marmo del 1799-1801, attualmente esposta ai Musei Vaticani di Roma).

Caravaggio-Cellini
A sinistra Caravaggio “Scudo con testa di Medusa” – dipinto del 1597 attualmente conservato agli Uffizi di Firenze — A destra “Perseo con la testa di Medusa”, la famosa raffigurazione in bronzo di Benvenuto Cellini posta sotto la Loggia dei Lanzi a Firenze.
Rubens-Canova
A sinistra, “la Medusa” di Rubens, il meraviglioso dipinto ad olio del 1618, conservato nel Kunsthistorisches di Vienna. — A destra il “Perseo Trionfante” di Antonio Canova, attualmente esposto ai Musei Vaticani di Roma.

Medusa: Leggenda o Realtà

Quello che incuriosisce  “LeggendeUrbane”, sono alcune dicerie che vedono nella figura di Medusa, un personaggio realmente esistito nel tempo.
Nel Dylan Dog di Tiziano Sclavi, in un albo dell’Agosto del 2000, l’avvenente archeologa del soprannaturale Edy Edelgase, trova quella che sembra essere la testa mozzata di Medusa, reperto che avrebbe poi causato non pochi problemi.
“LeggendeUrbane” cerca di capire sulla base di quali affermazioni, nell’immaginario collettivo, si è fatta sempre più strada, l’idea dell’effettiva esistenza di una donna dall’aspetto mostruoso, dalla cui testa nasce un intreccio di serpenti, dallo sguardo in grado di ammaliare chiunque la guardi al punto da trasformarlo in pietra.

Per quanto è dato sapere, non esistono e non sono mai esistite spedizioni scientifiche, fondazioni pubbliche o private, che abbiano finanziato una qualche ricerca di questo tipo. Sono stati fatti alcuni tentativi da presunti indagatori dell’occulto, ma ad oggi non esiste prova; la figura di Medusa rimane tuttora ancorata nel mito.  Si mormora che il resto del corpo sia sepolto da qualche parte sotto l’agorà ateniese, ma della testa se ne sono perse le tracce.

Studi vari sul Mito di Medusa

Studi vari associano l’immagine di Medusa a figure leggendarie della storia.  Molti studiosi hanno tentato di razionalizzare il mito.
Lo scrittore e geografo greco Pausania, nel suo “Periegesi della Grecia”, afferma che Medusa sarebbe stata la regina delle popolazioni che vivevano intorno al lago Tritone, succeduta a suo padre Forco dopo la morte di questi e alla cui guida il popolo andava a caccia e in battaglia.  In una di queste occasioni, mentre era accampata contro le truppe di Perseo, sarebbe stata assassinata nottetempo.  Perseo, ammirandone la bellezza, avrebbe portato con sé la testa per mostrarla ai greci.

Diodoro Siculo, storico vissuto nella sicilia del 50 a.C., da’ un’altra spiegazione razionale al mito di Medusa, affermando che le Gorgoni sarebbero state in realtà membri di una razza di donne guerriere abitanti della Libia, contro cui Perseo, re dei Macedoni, sarebbe andato in guerra.

Chissà, forse Medusa era davvero la regina di qualche popolazione dell’Africa Settentrionale ma la testa di serpenti rimane ancorata nel mito.  Probabilmente essendo la regina di qualche popolazione della Libia o del Magreb, era una donna dalla chioma folta e voluminosa, tipica delle donne africane.

Secondo lo scrittore e saggista britannico Robert Graves invece, Medusa non sarebbe mai esistita.  In realtà la sua figura, le sue fattezze terribili, sono da ricollocare alle immagini di dipinti e figure poste all’ingresso dei forni,  messe apposta per allontanare curiosi e bambini,  per non rovinare la cottura del pane (senza dubbio una delle ricostruzioni meno affascinanti).  Secondo Graves,  nel suo libro “La Dea Bianca”,  nell’Antica Grecia, si metteva una maschera di Gorgone sull’apertura di una fornace, per spaventare gli spiriti maligni;  la nascita del pane, un nutrimento legato all’impresa di una donna, un segreto che andava protetto.

Anche lo psicologo e psicoanalista tedesco Erich Neumann, formulò teorie simili, probabilmente anche più convincenti, descritte nella sua opera “La Grande Madre”.
L’oggetto che serviva a spaventare era da ricollegare a cerimonie che vedevano coinvolte solo le donne e serviva una figura mostruosa per allonatanare gli uomini.

Il Gorgoneion

Ed è forse questa la ricostruzione più attendibile.
Nessuna figura mostruosa, nessuna donna dai capelli di serpente.   L’origine del mito della Medusa va probabilmente ricercato in questi oggetti utilizzati per terrorizzare.  Traccie se ne trovano dalla fine dell’VIII° secolo a. C.;  oggetti chiamati “Gorgoneion“.

Il Gorgoneion era un pendente, una collana, in generale un oggetto con funzione apotropaica, con l’intento di scacciare i flussi maligni  (“LeggendeUrbane” prossimamente dedicherà ampio spazio a oggetti con funzione apotropaica).
Sul pendente era posta un’immagine che intendeva incutere terrore.  La testa della Medusa è una delle sue raffigurazioni principali.  Uno sguardo spesso stilizzato, truce.  Dalla bocca aperta, lingua di fuori e le serpi tra i capelli (immagine come visto, ripresa nel Rinascimento nel neo-classicismo, fino ai nostri giorni).

Si sta parlando di oggetti di culto.
Utilizzati dai guerrieri sui loro scudi, dai sacerdoti e dalle sacerdotesse all’ingresso dei templi. Gli archologi ne hanno trovati esempi su piatti, vasi, monete. La funzione principale era quella di dissuadere qualcuno dal compiere un’azione malsana, nello specifico di entrare in un certo luogo.  Usando la paura si cercava di proibire un’azione. Attraverso il viso orrido della gorgone, si cercava di fermare un incauto che tentava di avvicinarsi.  Omero stesso quando parla della Gorgone, parla solo della testa, come se non esistesse un corpo dando forza a questa tesi.

Certo, qualcuno ancora è convinto della figura di Medusa quale quella di una donna meravigliosa, dal corpo divino, occhi accecanti e capelli di serpente;  una donna di un fascino tale da far cadere a suoi piedi tutti gli uomini.
L’immagine mitica di una donna capace di trasformare in pietra, l’uomo che ne rimane incantato.

Gorgoneion
esempi di Gorgoneion

 

Il Tarantismo

L’argomento del post è bizzarro. Parla di un fenomeno passato, presente in alcune regioni bagnate dal Mediterraneo. In Italia comparve principalmente in Puglia e Salento: il fenomeno del Tarantismo.

Con il termine “Tarantismo” (detto anche “Tarantolismo”), viene identificata una nevrosi, un malessere, una turba mentale che andava a colpire improvvisamente una persona. Caratterizzato da un vera e propria forma di isteria, ad occhi esterni appariva all’incirca come una crisi epilettica.

Causa principale pare fosse il morso di alcune specie di ragni come la Tarantola o la Malmignatta, il cui veleno dava vita a veri e propri spasmi. Ne cadevano preda soprattutto contadini, braccianti agricoli, in generale, gente a diretto contatto con la terra.
Quando una persona ne veniva colpita, erano fatti accorrere un gruppo di musicisti. A quel punto il “malato”, veniva stretto in mezzo ad una cerchia di gente (in genere popolani vari che accorrevano numerosi), mentre i musicisti interpretavano una serie di melodie ritenute terapeutiche. Il risultato era quello di un vero e proprio rituale.

Tarantismo e Tradizione Popolare

In sostanza, la tradizione popolare riteneva la persona malata, vittima di un male oscuro. I musicanti erano in grado di guarirlo. La musica, quale strumento atto a purificarne il corpo attraverso un concerto della durata di ore, spesso giorni, cercando la giusta combinazione di vibrazioni e note gradite. Gli strumenti erano quelli tipici della tradizione popolare: la pizzica, il tamburello ma anche violino, armonica o chitarra. I musici suonavano ininterrottamente, cercando tra le dodici possibili quella ritenuta la sonata giusta.

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Il Rito del Tarantismo – Immagini di repertorio – musicanti intenti nella ricerca della sonata giusta per “guarire l’ammalato”
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Il Rito del Tarantismo – Immagini di repertorio – cerchia di gente accorsa ad incitare, intorno al “malato”

Leggenda racconta che, una volta trovata la melodia gradita, il “malato” iniziava a muovere le gambe in modo frenetico, in uno stato di trance, a strisciare sulla schiena, a correre in preda a deliri, questo fintanto che l’anima del ragno non si consumava fino a morire. La persona “tarantolata” (da qui il termine) successivamente, in uno stato di follia, a tratti bizzosa, cominciava a correre in cerchio, crollando infine a terra stremata; il gesto tipico sembra fosse quello di schiacciare la terra, come a voler schiacciare un ragno.

Il fenomeno ha avuto larga diffusione nell’Italia del Sud, soprattutto nella regione del Salento. Alcuni studi ne fanno risalire l’origine addirittura all’alto medioevo, ma il picco è stato raggiunto intorno la metà del novecento (anni ’50 e ’60), scemando negli anni settanta.

Se ne parla spesso in modo contraddittorio; chi afferma con certezza che le vittime erano in preda a malesseri, chi ne sottolinea principalmente la sua natura di semplice rito. Spesso le vittime erano giovani donne. Una volta morse, era necessario purificarne l’anima, sottoponendosi a quello che ha tutta l’aria di essere stato un vero e proprio esorcismo a carattere musicale, simile ai riti tribali tipici delle tribù africane. Musicisti al posto di sciamani.

Tarantismo e Aspetti Leggendari

Uno degli studiosi che se ne è maggiormente occupato è l’antropologo e scrittore Ernesto de Martino, che nel 1959 ne approfondi’ le conoscenze, scrivendo successivamente un libro a riguardo (“La Terra del Rimorso” edito da “Il Saggiatore”). Il quadro che ne venne fuori fu quello di un rituale, dove molti dubbi destavano i malesseri e le crisi delle persone. Come racconta De Martino nel suo saggio, spesso il malessere era da ricondurre ad un tentativo di attirare l’attenzione.

Tra le più disparate versioni, si sostiene che dietro il tarantismo ci fosse in realtà il bisogno di una donna di essere al centro di attenzioni (in genere del marito, normalmente degli uomini). In pratica, il morso della “taranta”, il più delle volte metteva in luce casi di vicende personali, crisi e frustazioni, contrasti e conflitti familiari.

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a sinistra, la copertina del saggio di Ernesto de Martino “La Terra del Rimorso” – a destra, una donna nel mezzo di una crisi isterica, in preda a deliri e un musicista che cerca di “purificarla”

 

Dubbi anche sulla vera essenza del Tarantismo. Secondo De Martino, si trattava probabilmente di un fenomeno psicologico e sociale, forse di carattere religioso. In passato la chiesa lo ha considerato un rito pagano, cui volle porre fine, avvicinandolo all’immagine di un rito cristiano che coinvolgeva la figura di San Paolo. Una volta terminato il rito, la persona veniva poi condotta nella chiesa del santo a Galatina, per la definitiva purificazione mediante acqua santa.

Da un punto di vista clinico, c’è chi afferma che le crisi erano vere; ricopriva in tal senso enorme importanza il tipo di legno con cui veniva costruita la cassa del tamburo.

Per quanto se ne sa, ad oggi il Tarantismo è sparito. Rimangono solo espressioni scherzose o di rimprovero, “Ti ha morso la tarantola?” rivolte a bimbi vivaci o irrequieti.

di seguito alcune video-testimonianze del fenomeno:

Video di repertorio

Analisi sul Tarantismo a cura di Diego Carpitella
(il video acquista grande interesse dal minuto 2:56)

Reportage (testimonianza del rito dal minuto 3:59)

Palcheventi: rubrica culturale curata da Maria Ricca.